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PILATES: VOLERE SIGNIFICA POTERE

 

JOSEPH PILATES, era di origine greco-tedesca, nato a Düsseldorf nel 1883. Questo signore è stato la prova vivente che a volte la sfida contro la propria natura non è affatto persa in partenza, anzi, è emozionante: da bambino, infatti, il piccolo Joseph era tutto il contrario di un atleta prestante; affetto da rachitismo, cagionevole di salute perché soggetto a febbri reumatiche, non si poteva certo immaginare che avrebbe rivoluzionato il mondo del fitness.

 

Suo padre era però un ginnasta di fama, e la mamma una valente naturopata. Joseph crebbe, dunque, con i concetti di "rispetto del proprio corpo" e di "metodo naturale" impressi nei geni. Il resto lo fece il desiderio di superare i propri limiti fisici e sconfiggere le malattie che lo rendevano oggetto di scherno agli occhi dei compagni di scuola e degli estranei. Un giorno si alzò, si guardò allo specchio, fece un bel respiro e iniziò un lungo percorso di riscatto, studiando culturismo, sci e tuffo. Partì "a testa bassa", insomma.

Nel 1912 si trasferì in Inghilterra e, durante la prima guerra mondiale si ritrovò in un campo di prigionia tedesco, dove - anziché disperarsi - mise a punto ancora di più le sue tecniche per rafforzare il fisico e anche la psiche.

La grande conoscenza dell'anatomia umana, unita allo studio del movimento muscolare, lo portò a mettere a punto il metodo che assunse il suo nome, ed egli stesso iniziò a insegnare ai più grandi ballerini della storia della danza, come Marta Graham e George Balanchine.

Uno come Pilates, nato fragile come vetro e diventato indistruttibile come l'acciaio, forse deve tutto alla sua forza interiore, che in vita non smise mai di infondere anche nel prossimo: tra le sue ultime invenzioni ricordiamo un macchinario speciale, atto a consentire anche ai malati immobilizzati a letto di esercitarsi.

Un personaggio così, ne converrete, difficilmente poteva rimanere ignorato dalla storia.

Akram Khan, Wim Vandekeybus, Hofesh Shechter: la danza contemporanea al maschile

 

Siamo abituati per stereotipo a sentire parlare solo di "ballerine", a vestire le nostre bambine con il tutù, a pensarle inclini a questo genere di cose per natura; non molto spesso tutto questo avviene per i maschi: sono in molti a credere che la danza non sia un'attività adatta a un bambino, che sia meglio indirizzarlo verso sport come calcio, basket, nuoto, arti marziali. Posto che l'ultima parola deve averla necessariamente il piccolo, a garanzia del fatto che la sua scelta dovrà farlo sentire bene e non pesargli, forse molti di noi non sanno che alla base della storia della danza ci sono grandi ballerini. Spaziodanza si è sempre aperta a stimolare nei giovani di sesso maschile la voglia di provare, di lasciarsi coinvolgere dalla poesia di questa disciplina. Molto del nostro orgoglio proviene dalla carriera di danzatori, tra cui Cristiano Fabbri, Francesco Mangiacasale, Emanuele Rosa. L'arte è di tutti e non fa distinzioni di sesso, di razza o di cultura. Anzi, più si mescola, più si contamina, più il risultato può risultare apprezzabile.

I ballerini che hanno contribuito a scrivere la storia della danza non si fermano ai più conosciuti, come Rudolf Nureyev, Wacław Niżyński, Michail Baryšnikov o il giovane Roberto Bolle. Nel panorama della danza contemporanea, per esempio, ci sono altrettanti professionisti che dovremmo consocere meglio per capirne l'apporto culturale: tra gli altri, Akram Khan, Wim Vandekeybus e Hofesh Shechter.

 

AKRAM KHAN

Nasce a Wimbledon, Londra, da genitori originari del Bangladesh, e inizia a ballare all'età di tre anni. La cultura della sua famiglia d'origine lo influenza moltissimo durante la propria formazione artistica: a soli sette anni impara la Bengali Folk Dance e si dedica al Kathak, uno stile caratteristico delle zone nord dell'India. Si tratta di una disciplina antica e molto complessa, in cui il movimento ritmico dei piedi ha un ruolo centrale proprio per via della difficoltà e della velocità di esecuzione: l'abilità del danzatore sta nel controllare con precisione matematica il tempo di battuta dei piedi a terra. Salti e piroette sono movimenti frequenti, così come i contrasti tra movimenti veloci e pose statuarie. Akram Khan porta nel suo stile questa eredità culturale, diventando un innovatore nel mondo della danza contemporanea.

 

WIM VANDEKEYBUS

Vandekeybus non è solo ballerino e coreografo: il suo talento artistico, vivo sin dall'adolescenza, si estende anche alla regia e alla recitazione. Nel 1986 fonda la sua compagnia, "ULTIMA VEZ", porta in scena il suo primo lavoro, "What the Body Does Not Remember" e vince il prestigioso New York Dance and Performance Awards, conosciuto anche come Bessie Award (in onore della ballerina e coreografa Bessie Schonberg). Nel 2012 vince il Kaizer Karel Price, premio che viene assegnato ogni tre anni a un artista a conferma del suo grande talento nel campo dell'arte e della cultura; con Ultima Vez riceverà anche l'Evens Art Prize per l'importante contributo apportato al mondo della danza contemporanea.

Vandekeybus è un grande innovatore, che fa della ricerca il motore della sua arte. Dirà in proposito: "per me, la FORMA deve essere diversa ogni volta". La staticità monocromatica non gli interessa: si serve dei diversi codici espressivi tipici di teatro, cinema, e danza per veicolare il suo messaggio; è il linguaggio più adatto ad esso a decidere la forma d'arte dei suoi lavori, sulla base della loro natura intrinseca. Questa sua fluidità artistica lo porta a collaborare con ballerini, atleti circensi e musicisti in varie discipline. Tra questi ultimi, composero per lui Peter Vermeersch e David Byrne.

Se volete assistere dal vivo a un suo spettacolo, segnate sulla vostra agenda che il 5 e il 6 dicembre 2015 Vandekeybus sarà al Teatro della Tosse, per portare in scena nella nostra città (in prima nazionale e unica data in Italia) "SPEAK LOW IF YOU SPEAK LOVE".

 

HOFESH SHECHTER

Hofesh ShechterNasce a Gerusalemme, in Israele, nel 1975. La sua carriera inizia a soli dodici anni, quando inizia a ballare in un gruppo di ballerini di danza folk. A quindici anni approda alla Jerusalem Academy of Music and Dance, mentre a 20 entra a far parte della Batsheva Dance Company. Madre assente, padre sentimentalmente irrequieto, da ragazzo trovò rifugio nella musica; dapprima nelle sinfonie di Bach e Brahms, poi nel progressivi Pink Floyd, fino a scoprire il movimento espressivo con Pina Bausch e perdersi negli sconfinati paesaggi sonori degli islandesi Sigur Rós. La fondazione di una sua compagnia, la Hofesh Shechter Company, nel 2008 lo porta ai vertici della danza contemporanea mondiale.
Caratteristica di Shechter è la capacità di indagare attraverso la danza e il movimento aspetti psicologici, sociali e antropologici dell’agire umano. Il suo movimento è ruvido, trae nutrimento dalle radici culturali della sua terra e dalla sua esperienza di vita; il suo linguaggio è fatto di movimenti rasoterra, striscianti, a braccia tese, piegati sulla schiena, a pugni chiusi, accompagnati da salti ed elevazioni; in una parola, virili.

La filosofia abbracciata dalla Hofesh Shechter Company si può riassumere in queste parole: "Crediamo che l’arte possa cambiare anche di poco il mondo, e che allo stesso tempo possa cambiare radicalmente l’universo individuale di ognuno di noi. Con il nostro salutare cinismo nei confronti della danza contemporanea, ci sforziamo di creare opere che hanno il potenziale di rendere reali le potenti connessioni del movimento. Abbiamo voluto sfidare i preconcetti che si fondano sulle performance dal vivo, cercando così anche di invogliare i giovani, inspirarli e coinvolgerli affinché riversino le loro energie nell’approfondimento dell’arte della danza”.

Al recente balletto "SUN" della Hofesh Shechter Company hanno preso parte anche Akram Khan e Wim Vandekeybus: una chiusura perfetta sul cerchio di eccellenza della danza contemporanea.

 

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COME NASCONO LE SCARPE DA PUNTA

Le utilizziamo da sempre e quando le riceviamo per la prima volta è un giorno speciale (noi organizziamo anche una piccola festa a tutte le allieve che finalmente raggiungono questo traguardo!): le scarpette da punta sono un sogno per le giovani ballerine, ma forse non tutti conoscono la loro avvincente storia.
Oggi ne parliamo in rosa, ma non è così da sempre: in qualche caso anche i ballerini maschi studiano in punta, e il motivo va ricercato nel tentativo di rafforzare il collo del piede e le caviglie; nulla a che vedere con il movimento carezzevole e delicato della donna, la sinuosità del gesto appena percepito, il piccolo dolce passo silenzioso della danzatrice, che nasconde un traguardo tecnico: la pratica definita en pointe prevede che il piede si alzi da terra scaricando il peso della ballerina sulle punte: di conseguenza la necessità di creare un paio di scarpe in grado di facilitare questo movimento, compiuto per donare armonia e leggerezza alla ballerina. A essere sinceri, l' origine delle punte non è del tutto chiara: si sa quasi per certo che nell'Ottocento fossero già utilizzate dai ballerini nei teatri napoletani, ma è nel XX secolo che le punte vengono consacrate come calzature per il balletto. Ciò di cui invece siamo certi, è che fu il 1832 la data in cui venne rappresentato la prima coreografia sulle punte: si tratta de La Sylphide, interpretata dalla ballerina Maria Taglioni, che divenne emblema (insieme alla scarpa da punta) della donna eterea prediletta dalla corrente Romantica. Da quel momenti in poi l'attenzione si dirige nel perfezionare la tecnica e sempre più balletti vengono creati privilegiando il lavoro delle danzatrici sulle punte: ad esempio, quelli di Marius Petipa, per citare un importante innovatore in questo senso. Di pari passo con l'evoluzione della tecnica delle punte nella danza, nascono anche diversi tipi di scarpetta, sempre più strutturati per agevolare l'apprendimento della tecnica e differenti a seconda della nazione in cui vengono fabbricate: quella europea, o inglese, per esempio, ha lacci predisposti a regolare il collo della scarpa e una mascherina a base larga, mentre quella russa ha la mascherina più stretta e la caratteristica forma "a V", senza lacci.

Scarpe da punta russe

Molto spesso ci viene chiesto come mai le bambine debbano aspettare così tanto per indossare il loro primo paio di punte; il consiglio giusto è di non iniziare troppo presto, quando il corpo non è ancora pronto. Di fatto, però, ogni corpo è differente: la conditio sine qua non è che la muscolatura sia abbastanza sviluppata per poter reggere senza danno il lavoro sulle punte. Fondamentale sarà l'opinione dell'insegnante sulle allieve che si trovano nella fascia d'età e nella condizione fisica ottimale. Se, quindi, è il momento di passare alle scarpe da punta, non resta che acquistarle: non dovranno essere troppo strette o troppo larghe, come nemmeno troppo corte o troppo lunghe, troppo dure o troppo morbide; è essenziale comprendere che ogni paio è interamente costruito a mano, e che quindi non esisterà mai una scarpa da punta identica all'altra; ciò che consigliamo è di provarle con attenzione e sceglierle con calma in base al grado di confortevolezza.

 

Ma come sono strutturate le scarpe da punta? Quali sono gli elementi di cui sono composte e quali invece le loro funzioni? Scopriamolo insieme.

  1. la tomaia

Si tratta della parte esterna della scarpa da punta, che ricopre il piede ed è in raso o in tela (meno diffusa). La parte che concerne la punta prende il nome di mascherina interna, e la sua altezza dipende dalla morfologia del piede, così come per il tallone e la mascherina interna, che devono essere parimenti adattate al piede. L'elastico che circonda la caviglia viene aggiunto per far sì che la calzatura resti ancorata ben salda al piede.

  1. L'emboute

È la base sulla quale tutto il peso del corpo si posa. All’interno degli spessori di tela incollate induriscono la punta ed avvolgono le dita del piede come un guscio. Le dita devono essere ben allungate nel guscio.

  1. La mascherina

È la porzione di scarpa che comprende anche l'appoggio in punta; può essere più o meno alta, e anche in questo caso la scelta andrà eseguita a seconda della morfologia del piede: la mascherina bassa andrà a privilegiare un piede meno arcuato in modo da facilitare lo spostamento del peso del corpo in avanti; al contrario, una ballerina con il collo del piede molto sviluppato necessiterà di una calzatura con mascherina alta. La punta della mascherina è piatta, cosa che consente alle danzatrici di mantenere l'equilibrio; un modo per capire se è l'ora di cambiare le punte è salire sulle scarpette e controllare se l'angolo creato da questa zona piatta è ancora percepibile. Se la risposta è no, è il momento di sostituirle.

  1. La soletta

È la porzione che sostiene il piede; quella esterna è di cuoio, assemblato internamente grazie a macchinari speciali; quella interna è invece composta dall'unione di una parte in cartone pressato (o altri materiali come il cuoio) ed è composta di una sottile lamina di legno. Una soletta divenuta ormai troppo flessibile è di certo colpita dall'usura: meglio sostituire la scarpa, onde evitare il rischio di slogature.

  1. I nastri

I nastri vengono venduti separatamente rispetto alla calzatura, e vanno cuciti al bordo della scarpa da punta, regolati in base alla morfologia del proprio piede. La maggior parte di essi è in raso, cosa che li rende esteticamente più eleganti, oppure in nylon, meno scivolosi, ma opachi. I nastri, per essere considerati correttamente legati, devono passare sul collo del piede incrociandosi solo una volta, fare un giro ciascuno intorno alla caviglia e poi legarsi dietro o all'interno. La stretta deve essere forte, perché la loro funzione non si ferma all'estetica, ma devono costringere il piede a scendere dalla punta facendo un percorso corretto, anche in questo caso per evitare il rischio di infortuni.

  1. L'elastico

Si tratta di un elemento non esposto alla vista; viene cucito - come i nastri - successivamente all'acquisto delle scarpe da punta, in corrispondenza del tendine d'achille, e ha il compito di evitare che la calzatura scivoli via dal tallone.

 

Interessante, vero? Quello delle calzature per la danza è un mondo affascinante e al mondo esistono artigiani che hanno dedicato la loro intera vita non solo alla bellezza, ma anche alla salute dei piedi delle ballerine di tutto il mondo. Come dimostra questo meraviglioso video da Londra: se già amate le vostre scarpette, il vostro affetto si estenderà anche a chi ha avuto il compito di renderle perfette per voi.

 

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